RUN A CALDOGNO: L’IMPRESA DEI 7 CAVALIERI TRA NEBBIA, AFFRESCHI E MEMORIA.
Un manipolo di fari accesi squarcia la mattina lattiginosa della pianura vicentina. Sette bikers avanzano compatti, partendo da Padova con il favore della nebbia, sfidandola mentre essa inghiotte rumori e distanze. La nebbia non è solo un ostacolo, ma una promessa di scoperta oltre il velo grigio che bagna caschi e giubbetti.
Le strade di campagna si srotolano strette e umide, bordate da fossi silenziosi e filari spogli. I campi arati riposano sotto un cielo basso, mentre l’odore di terra bagnata si mescola alla benzina. I casolari emergono all’improvviso come isole, con cortili deserti e finestre ancora addormentate. Ogni curva è un atto di fiducia, ogni rettilineo un respiro condiviso sotto le visiere appannate. C’è chi guida in testa con ostinazione: il Road Captain sembra aver inventato nuove strade e nuovi paesi, mentre c’è chi segue meditando e chi sorride dentro il casco.
La villa palladiana e gli affreschi
La campagna vicentina li mette alla prova, ma regala anche una bellezza severa e autentica. Quando il cartello di Caldogno appare tra i pioppi, un fremito percorre il gruppo. Caldogno li accoglie discreta e silenziosa, orgogliosa di aver dato i natali a un campione come Roberto Baggio. Ed eccola la meta del viaggio: la piccola villa palladiana che si erge armoniosa, con le sue linee perfette che sfidano il tempo e la bruma.
Negli affreschi, colori e miti riaffiorano come memorie preziose, raccontando un Rinascimento ancora vivo della casa di campagna del conte Angelo Caldogno, su progetto di Andrea Palladio.
Luce, colori e allegria dominano la visita alla villa.
Il bunker e la memoria
Ma poco dopo, con un breve salto, i 7 bikers passano dall’arte alla storia recente, ed il tono cambia. Poco distante, un bunker tedesco risalente alla Seconda Guerra Mondiale ricorda che anche qui la Storia ha inciso ferite profonde.
Il bunker affiora dal terreno come una cicatrice di cemento. Freddo, massiccio, senza grazia, sembra trattenere ancora il fiato di chi vi si rifugiò. All’interno l’aria è immobile, più densa, e ogni passo risuona come un’eco fuori posto. Le pareti umide trasudano silenzio ma non un silenzio qualunque: è un silenzio carico, quasi vigile.
I bikers, rumorosi sulla strada, qui abbassano istintivamente la voce: il rombo dei motori lascia spazio al battito dei loro cuori. Qualcuno sfiora il cemento ruvido, come per misurare la distanza tra presente e passato, tra libertà e paura. In quell’oscurità breve ma intensa, comprendono che la nebbia attraversata al mattino era nulla rispetto alla nebbia della Storia e quando usciranno dal bunker e ripartiranno in sella alle loro Harley, lo faranno con un rispetto nuovo, più profondo, più umano.
Il bunker affiora dal terreno come una cicatrice di cemento.
Ritorno e riflessione
Dopo un buon pranzo, fanno ritorno verso casa sotto un cielo plumbeo ma con gli occhi colmi di arte e memoria, consapevoli che la strada, come la vita, è nebbia da attraversare insieme.
Boccadoro La Storyteller (Editor di Antenore)🥰
Grazie a Flavio per il contributo fotografico 😘





















































