SETTE HARLEY, CINQUE PASSI E GLI DEI DELLE DOLOMITI. Ci sono viaggi…

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SETTE HARLEY, CINQUE PASSI E GLI DEI DELLE DOLOMITI.

Ci sono viaggi che si misurano in chilometri e in ore. Ma ne esistono altri ancora che invece si misurano nel rumore di sette motori che, all’unisono, sembrano il battito di un unico cuore: questo è stato il nostro run di domenica.


Il prologo: SR 203 e l’ingresso nel Parco

Alle otto del mattino il sole ci saluta mentre le nostre sette Harley imboccano la strada con quella calma fiera di chi sa che la meta non è un luogo, ma ogni curva che verrà. La SR 203 è il nostro prologo. Non è soltanto una strada: è un invito.

Ti accompagna dentro il Parco delle Dolomiti come un antico portale. I boschi si fanno sempre più fitti, le pareti di roccia sempre più imponenti, e a un tratto il giorno sembra cedere il passo alla sera. Non perché il sole tramonti, ma perché i colossi di pietra si stringono attorno a noi viaggiatori, custodendolo nella loro ombra millenaria. È lì che comprendi quanto sia piccolo il rombo delle Harley davanti al respiro della montagna, eppure quanto quel rombo appartenga perfettamente a quel silenzio.


I passi: Falzarego, Valparola, Gardena, Sella

Il primo saluto è al Passo Falzarego. Prima ancora delle fotografie, prima delle emozioni da trattenere, arriva il rito più semplice: un panino mangiato con il gusto che solo l’altitudine e la strada sanno regalare.

Il pane ha il sapore dell’amicizia e della fame conquistata curva dopo curva.

Poi il Passo Valparola, elegante e severo, dove ogni sosta diventa una fotografia e ogni fotografia un tentativo di catturare l’infinito, mentre sorpassiamo il Forte Tre Sassi. Il Passo Gardena ci accoglie con quella bellezza che costringe persino i motociclisti più ruvidi a togliersi il casco lentamente, quasi per rispetto. Le risate rimbalzano tra le rocce come se anche le Dolomiti volessero partecipare al nostro viaggio.

Ma è il Passo Sella la nostra meta finale (o almeno così pensiamo) dove il tempo rallenta ancora una volta. Qui non assaggiamo soltanto uno strudel straordinario. Qui festeggiamo Simone. Una fetta di dolce, una candelina accesa, un desiderio espresso, un coro e gli auguri degli amici con la certezza che certi compleanni non si contano con gli anni, ma con i ricordi destinati a restare.

non per arrivare, ma per danzare insieme alla strada.


Pioggia, Passo Rolle e il ritorno

Siamo di nuovo in sella e ad ogni curva quel piccolo brivido che ricorda perché si ama la moto: non per arrivare, ma per danzare insieme alla strada. Poi scendiamo a Canazei. Un tuono squarcia l’aria ed è più forte delle nostre marmitte. Un colpo secco che ci fa tremare il cuore e ci ricorda chi è il vero padrone di quelle montagne.

In pochi istanti le tute antipioggia escono dalle borse, infilate con quella fretta che ogni motociclista conosce bene. Cerchiamo di sfuggire all’acquazzone, come se fosse possibile battere la montagna sul tempo. Ma la montagna insegna sempre qualcosa. E insegna che non è un vero viaggio tra le Dolomiti se almeno una volta non senti l’acqua attraversare la visiera, le gocce battere sul serbatoio e il freddo infilarsi sotto i guanti.

Così proseguiamo con lentezza, e appena la pioggia ci dà una tregua, controlliamo il meteo: non c’è alternativa. Per tornare a casa dobbiamo compiere un’ultima poderosa impresa: Passo Rolle. E’ l’unica via di fuga per non trovare ancora pioggia. Attraversiamo ancora una volta la montagna. L’ascoltiamo. L’accettiamo. E non ci bagnamo più.

Abbiamo quindi cercato il fresco come si cerca un vecchio amico e lo abbiamo trovato nei boschi e nell’aria sottile che profuma di resina e di roccia bagnata.

Le Dolomiti non sono soltanto montagne. Sono cattedrali. Sono giganti. Sono divinità di pietra.

E mentre con le sette Harley disegnavamo traiettorie perfette tra i tornanti, era impossibile non sentirsi osservati. Come gli antichi eroi greci che attraversavano terre sacre sotto lo sguardo degli dei dell’Olimpo, anche noi abbiamo avuto la sensazione che qualcuno, da quelle vette immense, seguisse il nostro cammino.

Dodici ore dopo, alle otto di sera, rientriamo a casa stanchi e con le braccia indolenzite ma con gli occhi ancora pieni di montagne. Stanchi, sì. Ma con l’animo degli eroi che, invece di spade e scudi, hanno impugnato manubri e acceleratori. Sette Harley. Cinque passi. E un solo, immenso privilegio: aver cavalcato, anche solo per un giorno, nel regno degli dei delle Dolomiti.