OLTRE IL PIAVE: IL RUGGITO DEGLI ANTENORE SUI CADINI DEL BRENTON

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Domenica mattina, a Padova, l’aria ha qualcosa di diverso: sedici Harley sono schierate. Cromature accese dalla prima luce, selle pronte, caschi calati, mani sui manubri. Sono sedici anime accomunate dalla stessa inquietudine: quella che prende chi non riesce a stare fermo quando davanti a sé intravede laa strada. Il gruppo Antenore è pronto. Non c’è bisogno di molte parole. E’ sufficiente il primo rombo: un tuono meccanico che rompe il silenzio della mattina e annuncia che, ancora una volta, la strada viene scelta come destino. Padova rimane alle spalle. Le Harley si mettono in fila e cominciano a divorare chilometri. La pianura lentamente cambia volto. L’orizzonte si increspa, le colline si avvicinano e la Marca storica apre davanti al gruppo il suo grande teatro verde.

Poi compare lui: il Piave, il fiume della memoria e delle battaglie. Ma quel giorno il Piave non mormora, ma trema sotto il battito delle marmitte di ferro che fanno vibrare l’aria. L’acqua scorre, le moto passano, e la storia osserva. Dall’altra parte del ponte comincia un altro capitolo. La Strada del Prosecco si arrampica tra colline morbide e vigneti perfettamente disegnati. I filari sembrano righe tracciate dalla mano di un gigante. I grappoli sono maturi, pronti a compiere il loro destino. Le Harley lasciano progressivamente le colline e puntano verso il Passo San Boldo.

La salita comincia mentre la montagna si stringe attorno alla strada. Poi arrivano i tornanti. Stretti. Quasi impossibili. La carovana rallenta, curva dopo curva. Il ferro segue il ferro. E poi le gallerie. Buio. Per qualche secondo il mondo scompare. Poi, all’improvviso, torna la luce. È come attraversare il sipario di un teatro. E quando le ultime Harley conquistano il passo, il gruppo ha già capito che quella non sarà una semplice uscita domenicale. Sarà una spedizione. Il confine tra Treviso e Belluno viene attraversato quasi senza accorgersene, mentre la discesa conduce nella Valle del Mis.

Il paesaggio cambia ancora. La strada sembra infilarsi dentro una natura primordiale, selvaggia, quasi cinematografica. Ed è qui che i sedici harleysti cambiano pelle. Le moto rimangono alle spalle. Davanti c’è la montagna. E allora il gruppo si trasforma in una compagnia di esploratori: Indiana Jones e Lara Croft, versione Antenore. Non servono fruste, pistole o jeep, ma solo uno spirito d’avventura e quella sana dose di incoscienza che rende memorabili certe giornate. La prima conquista è la Cascata della Soffia.

I 16 entrano nella roccia, letteralmente. L’acqua precipita con la forza di qualcosa che non ha mai conosciuto ostacoli. Il rumore della cascata copre ogni altro suono. Si guarda. Si fotografa. Si assorbe il paesaggio, perché davanti a certe meraviglie anche il più rumoroso dei motori deve tacere. Ma una spedizione non può vivere soltanto di contemplazione. E così arriva l’ora più attesa: il pranzo.

Niente ristoranti stellati, ma ottimi panini e birre fresche. Seduti insieme, con le moto parcheggiate poco lontano e la montagna a fare da parete, il pranzo diventa improvvisamente qualcosa di più di una pausa. Si ride. Si prendono in giro gli amici. Qualcuno sostiene di aver rischiato la vita, mentre qualcun altro sostiene che non era poi così pericoloso. Ma il viaggio non è ancora finito. Nel pomeriggio arrivano i Cadini del Brenton.

Qui la montagna mostra il suo lato più elegante. L’acqua ha scavato la pietra per secoli, creando una successione di pozze e cascate dove il blu dell’acqua sembra impossibile. Azzurre come gli occhi della Terra. E naturalmente gli Antenore non possono limitarsi a guardare. Si va. Si esplora. Si arriva al limite del ferrato, quel tanto che basta per trasformare una semplice fotografia in una piccola impresa. E in quel preciso momento nasce la fotografia che, anni dopo, farà ancora ridere tutti.

Poi il sole comincia a scendere. È tempo di tornare. Le Harley riprendono vita una dopo l’altra. Si passa da Feltre e quindi, sulla Statale del Santo, il viaggio lentamente comincia a chiudere il proprio cerchio. Le curve ormai sono alle spalle così come la giornata è negli specchietti. Quando finalmente Padova ricompare all’orizzonte, il viaggio è terminato. Il grande tuono della mattina lascia posto al silenzio della sera. Ma c’è una cosa che nessuno spegne. Il ricordo. Perché una giornata così non si misura in chilometri, ma in emozioni. E alla fine, quando il motore si spegne, quello che rimane davvero è una certezza: le strade più belle sono quelle che diventano ricordi condivisi.

D’Annunzio avrebbe sicuramente scritto di una giornata così: “il ferro ha avuto la sua gloria”.

Boccadoro La Storyteller (Editor di Antenore)